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I premi: la bandiera ed il maialino

di Giorgio Crovato.

Com’è noto a tutti gli appassionati, solamente i primi quattro classificati delle regate di voga alla veneta hanno l’onore di salire sul palco per essere premiati.

I premi per i primi classificati delle regate di voga alla veneta

È una originalità tutta lagunare, considerato che, nella cultura olimpica – oggigiorno universale –, i vincenti sono i primi tre.

Bizzarria veneziana: non medaglie con metalli nobili e meno nobili, oro, argento e bronzo per i vincitori, bensì bandiere. Altro aspetto originale: al quarto classificato viene regatato un porchetto. Sì, un maialino. Se i colori delle bandiere si sono parzialmente modificati nel tempo, adeguandosi alla contingenza storica, la tradizione di premiare con un porchetto il quarto classificato è rimasta tale e quale fino ai nostri giorni. In omaggio al tricolore italiano le bandiere sono attualmente colorate di rosso, per il primo, di bianco per il secondo, di verde per il terzo e di azzurro (il colore della famiglia reale Savoia) per il quarto. Nel passato: rosso, verde, celeste e giallo.

Il maialino, sempre disegnato nella bandiera, e che veniva consegnato vivo ai regatanti vincitori, da pochi anni è stato sostituito con un maialino di vetro di Murano.

Ma perché il maialino per il quarto classificato?

Il maiale come simbolo

Per la risposta sono necessarie alcune precisazioni. Il maiale, il porco, come altri animali domestici o selvatici, rappresenta un interessante elemento nella disciplina che studia i simboli e i loro valori. Non solo nella cultura primitiva degli Indo-europei, ma anche di Greci, Celti, Etruschi e Romani. E non solo nella simbologia, ma anche nei sacri divieti imposti da importanti religioni.

1966-10La storia del maiale affianca l’avventura stessa dell’uomo fin dalle origini nelle sue fasi di sviluppo della vita sociale, dal periodo primitivo della sopravvivenza legata alla caccia e alla raccolta spontanea di frutti e prodotti della terra, a quella più evoluta fondata sull’agricoltura e sull’allevamento degli animali, diventati domestici.

Nella cultura europea il maiale è un simbolo positivo di abbondanza, benessere, fertilità, forza, ricchezza. Emblema del risparmio e dei piaceri della carne. Declinato al negativo il maiale rappresenta ignoranza, ingordigia, sporcizia. Per quest’ultimo pregiudizio il porco è stato difeso da personaggi della cultura e della politica: «il maiale è diventato sporco solo in seguito alle sue frequentazioni con l’uomo. Allo stato selvatico è un animale molto pulito» (Pierre Loti). «I cani ci guardano dal basso. I gatti ci guardano dall’alto. I maiali ci trattano da loro pari» (Winston Churcill).

Il premio del maialino: le origini

Ritornando al nostro tema delle regate veneziane, la sua simbologia risale all’usanza medievale di assegnare un animale come premio derisorio o di consolazione al concorrente che si piazza ultimo nelle competizioni. In laguna è il maiale. Ma ora sorge un altro quesito: ma il quarto classificato non è l’ultimo arrivato! Verissimo, ma nelle regate e in particolare in quella più importante che si disputava (e si disputa tuttora) a Venezia lungo il Canal Grande gli organizzatori della festa concedevano solo ai primi quattro equipaggi di raggiungere la machina, cioè il palco posto sull’acqua che accoglie le autorità, dove vengono consegnate le bandiere.

Questa consuetudine dura fino a circa un secolo fa, con solo i primi quattro gondolini che accedono a Ca’ Foscari. Gli altri (dal quinto al nono) nel percorso di ritorno, dopo il ponte di Rialto, venivano bloccati con l’estensione di una corda all’altezza del Rio di San Polo e invitati a butarse in rio, cioè ritirarsi senza raggiungere il traguardo.

È stato Giuseppe Volpi, personaggio della storia veneziana di inizio Novecento, nonché grande appassionato di regate, a convincere gli organizzatori della Regata Reale a concedere a tutti gli equipaggi la soddisfazione di raggiungere la machina. Secondo l’antica e consolidata tradizione l’ultimo classificato quindi non era il nono ma il quarto, appunto l’ultimo a prendere la bandiera, degno di essere bonariamente sbeffeggiato, degno di vincere el porcheto, simbolo del perdente, dell’ultimo. Il porcheto – messo in risalto sulla bandiera blu – viene anche consegnato vivo ai regatanti. Il porcheto (vivo) aveva però un privilegio: prima di essere consegnato al regatante, partecipava dentro a una gabbia alla sfilata del corteo che precedeva la competizione, sulla barca dei luganegheri, che per antica consuetudine offrivano questo premio. Questa usanza è durata fino al 2001.

Dal maialino vivo al maialino in vetro di Murano

L’ultimo maialino a sfilare durante il corteo storico è stato Mario, lo hanno vinto i fratelli Gianni e Roberto Busetto che l’hanno poi affidato alla custodia di una azienda agricola con l’impegno di accudirlo per il resto della sua esistenza. Accogliendo le proteste degli animalisti, il premio è stato da allora sostituito da un maialino in vetro realizzato dal Consorzio Promovetro di Murano. Sempre da questa data, e per rispettare in qualche modo la tradizione, l’Associazione Settemari in collaborazione con il sindaco di Castelnuovo Vomano in provincia di Teramo, paese specializzato nella cottura di maiali interi, ogni anno organizza un incontro conviviale con i quarti arrivati, continuando la tradizione della presa in giro (e dell’allegria).

Il maiale in altre tradizioni

In un’altra ottica di competizione – quella amorosa – sopravvivono in alcune località del Veneto e del Friuli (nel caso specifico la rilevazione antropologica è riferita a San Leonardo Valcellina, frazione di Montereale, in provincia di Pordenone) usanze ancestrali che vedono – analogamente alle regata veneziane – il maiale come l’ispiratore della presa in giro, come simbolo del perdente e dello scherzo.

La pursela – così viene denominata – è lo scherzo che gli amici (per tradizione anonimi) organizzano sulla piazza del paese. Chi sono i protagonisti? Un fidanzato/a che viene lasciato/a oppure un ragazzo/a che è innamorato/a senza essere corrisposto/a e questa cosa diventava di pubblico dominio; i protagonisti, a loro insaputa, vengono dileggiati tramite il disegno della pursela sulla strada, con indicati i nomi. Per dare più evidenza alla cosa o forse per scongiurare qualsiasi dubbio sui soggetti scelti per lo scherzo una pista della pursela porta alla casa del pretendente respinto e l’altra alla casa di colui/colei che rifiuta il corteggiamento. Se oggigiorno è con la calce o con il gesso che viene tracciata la pursela, una volta si usava la m…(deiezione) del maiale. Così trovava forse conferma il famoso detto: «del maiale non si butta via niente».

Nota curiosa finale: in Cina il porco è il dodicesimo (l’ultimo…) dei segni zodiacali. Simbolo positivo e di forza virile. Tutto il mondo è paese!

Donne e regate, dalle origini di Venezia ad oggi

di Giorgio Crovato.

La presenza femminile alle regate è provata, almeno per quanto riguarda il Canal Grande, dalla seconda metà del Quattrocento e perdura per tutta la vita della Serenissima.

Forse è un’ulteriore conferma della maggiore «libertà» (nel campo del diritto come in quello della cultura) che godevano le lagunari rispetto alle donne di altre nazioni e culture. Non risultano analoghe presenze «sportive», con l’eccezione delle cavallerizze, ad esempio quelle inglesi, comunque riservate alle donne della classe nobiliare.

Nell’antichità, considerando la vocazione della comunità lagunare a rivolgersi verso est, ai bizantini in particolare, è ipotizzabile un impulso derivante dalla cultura greca accanto a quella latina. In Grecia infatti era piuttosto frequente la partecipazione delle donne a competizioni sportive, mentre a Roma no.

La differenza era dovuta alla diversa importanza che lo sport aveva nelle due società:

  • in Grecia era un’attività connessa ai valori morali e religiosi e praticata quindi da ogni fascia sociale,
  • a Roma era mero intrattenimento e praticata in pubblico solo dalle classi inferiori per divertire quelle superiori, o da quelle superiori in privato.

I premi in denaro equivalenti agli uomini durante la Serenissima

Durante il periodo della Serenissima va rilevato un altro aspetto: forse è prematuro parlare di emancipazione femminile ante litteram, ma il fatto che i premi in denaro (rilevabili dalle Relationi) fossero dello stesso valore sia per i regatanti sia per le regatanti non sembra un aspetto trascurabile da punto di vista della storia sociale. Tornando ai tempi moderni, con le ottocentesche amministrazioni austriaca e francese, le donne non trovano più spazio nelle regate, forse ritenute retaggio da antico regime e poco in linea con moderni codici sui ruoli femminili. Qualcosa cambia con l’unificazione italiana. Alcuni tentativi di riproporre le regate femminili avvengono sul finire dell’Ottocento, anche se ancora prevale l’idea del folclore su quella sportiva.

Per tutti comunque, nel primo dopoguerra, riprende con vigore la tradizione delle regate e diventa un elemento di propaganda del regime fascista che incentiva a ogni livello, sia per professionisti sia per dilettanti, le gare di voga in piedi.

Donne e uomini, gondolieri e pescatori, operai e impiegati, civili e militari sono coinvolti in massa. Uno speciale «Palio» con regata conclusiva in Bacino di San Marco vede coinvolti tutti i mestieri e tutte le isole lagunari. Man mano che aumentano i venti di guerra per le donne però diventa sempre più difficile non essere relegate al ruolo esclusivo di madri e mogli.

Nel secondo dopoguerra il municipio di Venezia, motu proprio, si propone come organizzatore di quasi tutte le regate più importanti e tradizionali, sia maschili sia femminili. É un momento di cambio netto con il passato.

Il numero di barche in regata, 10 come gli stazi cittadini

Così come, un secolo prima, nel 1841, l’amministrazione asburgica, per andare incontro alle sollecitazioni popolari, codifica le competizioni in maniera più moderna, come l’indizione annuale dell’evento sul Canal Grande, che in precedenza aveva invece una cadenza incerta. Nell’occasione viene stabilito il numero di barche partecipanti per regata: nove equipaggi più una riserva; probabilmente in considerazione ai dieci traghetti cittadini (stazi) sul Canal Grande: Danieli, Molo, Dogana, Trinità, Santa Maria del Giglio, San Tomà, San Beneto, Carbon, Santa Sofia, Ferrovia, con un’attenzione particolare alla categoria dei gondolieri.

La colorazione dei gondolini, ovvero batelini, viene abbinata a un numero di riconoscimento, anche per vivacizzare e meglio regolamentare la competizione. La colorazione attuale risulta la seguente: 1-bianco; 2-canarin (giallo); 3-viola; 4-celeste; 5-rosso; 6-verde; 7-arancio; 8-rosa; 9-marron. La barca di riserva è colorata in rosso-verde.

Altra data importante il 1866.  Con l’annessione del Veneto al Regno d’Italia dei Savoia, pullulano con nuovo spirito patriottico le regate, anche all’esterno dello spazio più noto del Canal Grande. Se la gara più importante, quella in Canalazzo, è organizzata dal municipio di Venezia con il concorso, anche finanziario, di un apposito Comitato (al quale partecipano personalità delle categorie produttive veneziane), le regate «minori» si autofinanziano attraverso pubbliche sottoscrizioni aperte ai simpatizzanti residenti, nell’area parrocchiale o spesso in quella più laica dei frequentatori di osterie o dei circoli politici. Da questo momento prendono avvio le Regate di Murano e di Mestre e via via di tutte le altre località e isole della laguna.

Il dopoguerra, Pietro Soncin e la prima Vogalonga

Il 1946, come già ricordato, dopo i disastri della guerra, risulta rilevante, perché è il Comune veneziano che si fa carico in prima persona della ripresa e della riorganizzazione delle regate, dei freschi, dei cortei più noti. Dal 1951, in occasione della «Storica», alla sfida dei gondolini viene aggiunta la regata su caorline. È il dirigente dell’ufficio Sport e Turismo Pietro Soncin ad animare tutti gli eventi remieri, in sintonia con una nuova generazione di regatanti.

D’intesa con Giacomo Boscolo, originario delle Vignole, che in precedenza aveva riproposto a Mazzorbo le competizioni femminili, Soncin riporta anche in Canalazzo la regata delle donne, a partire dal 1953. L’evento però si esaurisce l’anno successivo a causa di un inconveniente ad una regatante. Probabilmente però prevale la cultura maschilista: padri, mariti, fidanzati non apprezzano la partecipazione delle «proprie» donne alle competizioni.
Infine, ultima data da rilevare, perché anche su questa si può parlare di un prima e di un dopo: il 1975, l’anno della prima Vogalonga. Da questo momento la voga in piedi ritrova una nuova stagione di sviluppo con la riscoperta (e il rispetto) dell’ambiente. Trattandosi di una manifestazione non competitiva e aperta a tutti sono numerose le donne che partecipano alla prima edizione della Vogalonga. E sono tante le ragazze che si avvicinano con passione alla voga veneta. Nel programma della «Storica» viene inserita dal 1976 una regata riservata ai giovanissimi, under 18, e dal 1977 ritorna la regata femminile dopo una prima importante iniziativa a Sant’Erasmo nello stesso anno, che riapre alle donne la partecipazione nelle gare previste in tutte le feste della laguna. È Benito Vignotto a riproporre la regata delle donne.

Anche sul tipo di imbarcazione tradizionalmente riservata alle regate femminili, la mascareta, si registra un sostanziale cambiamento. Le donne oggi vogano in tutte le tipologie di imbarcazioni lagunari: la Regata dell’8 Marzo si corre su caorline, la Regata di Murano su pupparini, la regata di Mestre su gondole.

Anche sul fronte delle regate alla vallesana la partecipazione femminile è sempre più consistente. Infine, nei bandi di gara di tante competizioni non viene più indicato il genere: è la conferma del progresso sociale. Finalmente!

 

Re e regine del remo: tra storia e leggenda

di Giorgio Crovato.

Lo speciale titolo di re del remo o di regina del remo merita una spiegazione più approfondita con l’aiuto della ricerca storiografica. Le regate veneziane hanno vissuto, nella loro particolare conformazione, la medesima evoluzione storica delle feste popolari sorte a vario titolo nella società europea. Tuttavia, l’originalità dell’elemento (l’acqua) e dello strumento (la barca tipica) hanno connotato ulteriormente la festa tradizionale.

Nella voga veneta la gondola al posto del cavallo

Se il cavallo padroneggia nelle giostre e nei tornei delle città di terraferma, è la gondola ad assumere in laguna il ruolo di protagonista. E’ curioso sottolineare che la gondola si afferma progressivamente come mezzo di comunicazione e di festa quando scompare definitivamente l’uso del cavallo nelle isole che formano il comune veneziano (con Rialto e San Marco in testa).

Barcaroli: il mestiere più diffuso

Poco cambia nel tempo la modalità di voga: in piedi, guardando davanti, alla veneziana, una tecnica adatta alle tranquille acque della laguna (meglio delle lagune, considerando Caorle e Marano) e dei fiumi circostanti. Chi organizza, chi gareggia, chi partecipa alla festa caratterizza l’ambito storico nel quale si svolge lo spettacolo e ne rappresenta il tessuto sociale. Venezia, con le sue feste (cortei, freschi, regate) celebra se stessa e afferma la sua peculiarità di civiltà anfibia. Se in epoca medievale sono le apposite magistrature, la speciale formazione marinara dei giovani e le galee a marcare l’evento, poco più tardi e lungo tutta la vita della Serenissima sono invece i barcaioli (il mestiere più diffuso), uomini e donne, gli attori dello spettacolo, attraverso l’abile regia dei patrizi, che ostentano in questo modo la loro posizione sociale, offrendo ai cittadini e al mondo esterno un’immagine di benessere, forza e gioiosa convivenza sociale.

Non cambia molto neppure in epoca contemporanea. Ai nobili si sostituiscono cittadini e borghesi organizzati in comitati e, dal secondo dopoguerra, sono i funzionari dell’amministrazione pubblica locale a farsi carico della festa, dell’evento remiero (almeno per le regate più importanti ormai diventate classiche). I regatanti provengono il più delle volte dalla categoria dei gondolieri anche se altre professioni (per esempio i pescatori) contribuiscono sensibilmente nella presenza alla competizione e nella affermazione di talenti e campioni. Per le donne la provenienza è da ricercarsi in particolare tra le ortolane. La partecipazione del pubblico alla festa è da sempre democratica, non esclude nessuno. Palazzi, fondamente, barche ricche e povere sono le tribune esclusive o popolari da dove si ammirano i propri beniamini e si diventa protagonisti dell’evento. Bacino e Canal Grande prima, isole, canali della terraferma veneziana più tardi, sono gli spazi della festa.

I campioni e le campionesse: idoli locali

Un aspetto interessante lo riveste il campione o la campionessa, il regatante o la regatante vincenti e affermati. Gli uomini e le donne che vincono diventano dei miti popolari che meritano di essere celebrati e immortalati. Il ritratto è d’obbligo, anche la poesia e la prosa accompagnano nella memoria e nella storia l’emozione della gara, il gesto del regatante o della regatante che si trasformano in idoli locali. Per nostra fortuna i quadri e le poesie si conservano e rappresentano anche oggi, a distanza di secoli, la testimonianza dei protagonisti delle regate.
Non sono molto frequenti (come uno normalmente s’immagina) le competizioni durante la storia della Serenissima, rivestendo essere la caratteristica di festa eccezionale e non organizzata con una cadenza prestabilita.

1967-12La continuità inizia nell’Ottocento, quando si diffonde il concetto di sport. Le regate diventano un’occasione di festa sia per celebrare la propria identità (di popolo della laguna) sia per offrire uno spettacolo tradizionale al foresto. Viene meno, temporaneamente, la partecipazione femminile, in linea con i tempi che allontanano le donne dalle competizioni, riservate in esclusiva ai gondolieri (all’epoca tutti rigorosamente maschi). Oltre al ritratto (o alla poesia o alla fotografia in posa) gli appassionati delle regate vogliono qualcosa di più. Per il super eroe che non delude e si conferma nel tempo vincitore alla regata più importante, in Canalazzo, è prevista una incoronazione particolare. Non c’è una regola scritta tramandata. Sono probabilmente i gondolieri a ricordare, di generazione in generazione, questa pratica. Non è chiaro neppure dopo quante volte continuativamente il campione ha diritto all’alloro. Tre, quattro, cinque conquiste della bandiera rossa a Ca’ Foscari?

1952-07Alla fine dell’Ottocento, quando Luigi Zanellato conquista la sua quarta vittoria consecutiva (nel 1881 in coppia con Francesco Balbi, nel 1889 in coppia con Pasquale Maddalena, e nel 1890 e 1891 in coppia con il fratello Francesco) i compagni gondolieri, la fradelanza del traghetto di San Gregorio (come lavora Luigi), rispettando un’antica costumanza, offrono al campione una corona di lauro con bacche d’oro. Qualcuno si ricorda dello stesso gesto in onore di Pietro Marchiori Miani che vince per tre volte consecutive tra il 1841 e il 1844 (nel 1842 la regata viene sospesa). Qualche anno più tardi (nel 1912) l’impresa di Luigi Zanellato (che vince assieme al fratello anche nel 1892) viene ricordata da Gino Bertolini nella sua nota opera che tratta le categorie sociali veneziane nella vita contemporanea e nella storia. Scrive Bertolini: «è tradizione che, conseguiti quattro primi di fila si debba incoronare il campione. Nel giorno della suprema prova magistrale Luigi Zanellato ebbe infatti la ghirlanda d’alloro. Gliela recinse il presidente della Società dei gondolieri, l’ottimo commendator Domenico Fadiga. Ma doveva essere il sindaco di Venezia a incoronare Luigi Zanellato – presente tutto il popolo». Nella stessa opera Bertolini si sofferma sulle qualità di regatante di Zanellato, non trascurando gli altri campioni dell’epoca, in particolare Luigi Zatta e l’allora emergente Arturo Cucchiero Scuciaro.

I re e le regine del remo di voga veneta

Sarà questo evento a suggerire agli attenti funzionari dell’assessorato al Turismo o forse ai cronisti del «Gazzettino», nel 1951, di riprendere “l’antica costumanza”, invitando gli organizzatori della Regata Storica a premiare la coppia

re del remoAlbino Dei Rossi Strigheta e Marcello Bon Ciapate, vincitori per la quinta volta consecutiva della regata sui gondolini. Scrive «il Gazzettino»: «questa volta Strigheta e Ciapate ricevono qualcosa di più: l’ambito alloro che per cinque volte consecutive consacra i regatanti campioni assoluti del remo».
Vent’anni dopo, nel 1973, l’onorificenza viene conquistata da Giuseppe Fongher e Sergio Tagliapietra Ciaci. Non si parla di re del remo ma di campioni entrati nella leggenda. Il titolo re del remo appare sulla stampa per la prima volta nel 1981 quando sono Palmiro Fongher e Gianfranco Vianello Crea a vincere la regata. Questo il titolo del «Gazzettino»: «il quinto trionfo consecutivo in Canal Grande consacra Palmiro e Crea con la corona d’alloro di re del remo». Da questo momento con ci saranno più nuovi “re” ma soltanto “regine”. Sono infatti le campionesse Anna Mao e Romina Ardit a conquistare nel 2002 il titolo (per la prima volta nella storia delle regate) di regine del remo e nel 2013 sono Luisella Schiavon e Giorgia Ragazzi a conquistare l’ambito riconoscimento. Forse sorride da lassù Maria Boscola da Marina, indiscussa campionessa del Settecento.

La vogalonga raccontata dai gemelli Crovato

di Giorgio e Maurizio Crovato.

La Vogalonga evoca una data importante, una cesura. Si può ora tranquillamente parlare di un «prima» e di un «dopo». Prima del 1975 la tradizionale voga in piedi era un’attività riservata alla categoria dei gondolieri, allo svago di qualche raro appassionato e alla nobile casta dei regatanti degli eventi remieri, in primis la Storica. Eventi organizzati dal Municipio di Venezia, che comunque aveva il grande merito di aver tutelato la tradizione e la storia, a partire dal 1946, negli anni difficili della ricostruzione non solo materiale della Nazione. Dopo la Vogalonga cambia il clima: la voga in piedi, come attività sportiva, si prende la rivincita sul più snob canottaggio e soprattutto restituisce ai cittadini quel patrimonio, quel «bene comune» che, citando Josif Brodskij, il letterato russo che amava la laguna, continua a «illuminare il cuore degli uomini».

vogalonga 2014|vogainrosa

Sul piano della storia personale la Vogalonga rappresenta gli anni Settanta, ovvero noi ventenni, quando Venezia contava 130 mila abitanti. Meno della metà di adesso, se consideriamo il solo centro storico. Per noi era una scommessa con il futuro. Una protesta a remi a favore della venezianità, a salvaguardia di tradizioni e modi di essere, e soprattutto un’occasione per arricchire la conoscenza e per crescere. L’Associazione Settemari, fondata due anni dopo, a seguito dell’entusiasmo della Vogalonga e della riscoperta delle «isole abbandonate», organizzò da quella data il premio di Veneziano dell’anno. Con entusiasmo e orgoglio possiamo ora affermare che siamo stati testimoni, accanto al coetaneo e ideatore della manifestazione, Paolo Rosa Salva, nonché nipoti affettivi di Toni Rosa Salva, il mitico organizzatore. Cambiò la nostra vita di gemelli veneziani con una prospettiva di dirigenti nella società (alla Rai e alla Cassa di Risparmio), mai però abbandonando gli studi, soprattutto storici e sociali attinenti alla laguna.

Venezia, 1 marzo 2014, Giorgio e Maurizio Crovato